A settembre torna l’Open Papyrus Jazz Festival

Scritto il 10 Agosto 2021

Da venerdì 3 a domenica 5 settembre lvrea sarà nuovamente sede dell’Open Papyrus Jazz Festival, presentato venerdì 30 luglio nella Sala Dorata del Comune di Ivrea alla presenza dell’Assessore alla Cultura Costanza Casali giunge quest’anno alla sua 41esima edizione.

Tre giorni in tre luoghi simbolo di Ivrea: il Teatro Giacosa, il Museo Civico Pier Alessandro Garda e la Sala S. Marta per la manifestazione che vedrà l’esibizione di artisti internazionali come lo statunitense Ralph Towner, proprio nella giornata di apertura della manifestazione, e, in quella successiva gli  Area Open Project guidati da Patrizio Fariselli.

Forme artistiche eterogenee saliranno sul palco del Festival dove troverà posto, nell’ultimo appuntamento della manifestazione, la performance di musica e danza “Tre coreografie sulle musiche del cd Woland” e il pomeriggio di sabato 4 settembre lo Storytelling con Luca Bragalini “Dalla Scala a Harlem – I sogni sinfonici di Duke Ellington”. 

Due momenti dedicati all’enogastronomia del territorio precederanno i concerti delle 19.00 in Sala Santa Marta, quello di venerdì con Daniele Di Bonaventura al bandaneon e Emanuele Sartoris al pianoforte e quello di sabato con Norbert Dalsass al basso, Roman Hinteregger alla batteria e Michele Giro al pianoforte. Sempre in questa sede si potrà ammirare l’installazione di una ventina di grandi tele dipinte dal collettivo Arteinfuga. Troverà spazio nella manifestazione anche la fotografia, infatti, i negozianti eporediesi esporrano gli scatti degli ultimi festival.

“La responsabilità di organizzare una manifestazione culturale, non un festival jazz, non più visto che da anni l’inserimento di danza, letteratura, pittura e fotografia si sono lentamente fuse in un unico corpo, cercando, tentando, di essere un’unica esperienza di reali contaminazioni.” spiega il direttore dell’Open Papyrus Jazz Festival Massimo Barbiero “Responsabilità che, appunto, non sta – né è mai stata – nella scelta dei nomi ma nel rischio di quel crinale che, negli ultimi 20 anni, ha portato la cultura ad abdicare al suo ruolo di divulgazione e soprattutto di conoscenza verso il mero e, se posso, becero “intrattenimento”. Non c’è nulla di male nell’intrattenere, ma la cultura ha, appunto, una responsabilità “diversa” da cui non si può sfuggire; certo è più rischioso, pericoloso, ma quello deve essere il ruolo di un operatore culturale. Come diceva Giorgio Gaslini, deve “lasciare tracce”, mettere il pubblico nelle condizioni di pensare, di portare a casa una riflessione legata a una emozione: se non si riesce a produrre questo, si è fallito. Non muore nessuno, certo; ormai c’è anche chi crede che uno spettacolo sia il “non pensare”, il distrarsi… ma la leggerezza non è il l’opposto di pesantezza, al contrario: dove si pensa non si può non considerare quell’esperienza “liberatoria” come importante per sé, ma credo anche per la comunità con cui la si condivide. Queste parole potrebbero far credere a una operazione intellettualoide che, non solo evitiamo con molta attenzione, ma che non vogliamo, perché per noi il pericolo è il populismo. Un festival, invece, deve essere “popolare”, che è cosa ben diversa; deve appartenere a chi vi partecipa, sia artista sia pubblico: quando ciò accade significa che hai compiuto il tuo piccolo ma importante miracolo.”

 

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